Una regione a statuto speciale, la Sardegna, ha già votato il referendum sul nucleare. Ma nessuno ne parla. Sarà perché il risultato è inequivocabile? E quindi non lascia spazio ad acrobazie interpretative? Ebbene, domenica scorsa ben il 59% degli aventi diritto si sono recati in Sardegna ad esprimere il proprio giudizio sul quesito referendario che chiede l’uscita definitiva dell’Italia dal Nucleare. Il 98% ha espresso la sua contrarietà all’energia nucleare in Italia. In molti pensano che a giugno il risultato del referendum nazionale possa riflettere quello sardo.

Inutile sprecare i commenti sulla strategia dei nostri governanti per impedire il voto referendario. Così come poco utili ritengo i commenti sul disastro di Fukushima (Giappone) o sulla decisione di altri paesi di anticipare la chiusura delle centrali termonucleari più vecchie (USA, Germania) o di bocciare l’ipotesi di costruirne delle nuove. Ho sempre pensato che il nucleare ha perso la sua opportunità di esistere nel momento in cui tutti gli studi indipendenti o governativi o di istituzioni internazionali (dall’Ufficio del Budget del Congresso degli USA, dalla Commissione europea, dalla Camera dei Lord, dal DOE (Department Of Energy) dell’Amministrazione USA, dall’EPRI di Palo Alto (CA, USA), dal MIT (Massachussettes Institute of Technology), OCSE e da Moody’s sono arrivati unisono alla stessa conclusione: il nucleare è antieconomico. Con i suoi 72,8 €/MWh è tra le fonti di energia più costose. Addirittura, uno studio della Duke University of North Caroline (USA) ha sancito che persino il fotovoltaico è già oggi più conveniente dell’energia nucleare. Il prof. Blackborne, a capo dello staff che ha redatto lo studio, non ha dubbi sugli orientamenti da suggerire ai decisori politici. La tecnologia nucleare è destinata ad incrementare i costi di produzione di energia. Mentre il fotovoltaico è inesorabilmente e continuamente destinato a ridurli. Per questo suggerisce ai politici americani che non ha più senso finanziare con soldi pubblici l’energia nucleare, mentre trova lungimirante incentivare il fotovoltaico perché questa fonte consente una graduale diminuzione degli incentivi fino ad annullarsi completamente. E questo lo sanno anche i politici italiani. Basta leggere il IV Conto Energia sul sistema di incentivazione dell’energia solare appena promulgato (12 maggio 2011).

L’incidente di Fukushima spinge le stesse industrie del nucleare a mettere a punto nuovi sistemi di sicurezza per mettere in pratica la lezione giapponese. Questi interventi di upgrade tecnologici faranno aumentare ulteriormente il costo dell’energia nucleare delle centrali esistenti e di quelle che verranno costruite.

Tutto ciò, senza tener conto dei costi esterni. Principalmente, la gestione per tempi indefiniti delle scorie e dei siti postchiusura. Basti pensare che da oltre venti anni l’Italia spende circa 180 milioni di €/anno per la gestione temporanea delle scorie e delle vecchie Centrali TermoNucleari. Una tangente nucleare che i cittadini continueranno a pagare per chissà quanti anni ancora. Insomma le verità sul nucleare sono molto scomode. Per questo nessuno parla del risulta sardo.
Ben venga il 12 giugno il referendum che restituirà ai cittadini la capacità di scelta.

Editoriale di Fabrizio NARDO, Amministratore di R&TIA srl, Amministratore delegato di coop. Soc. Quetzal, Resp. Scientifico di Legambiente Sicilia.